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NON EST IN TOTO SANCTIOR ORBE MONS
(Non v'è nel mondo altro monte più santo)
l
Santuario della Verna s'innalza maestoso e improvviso al centro
d'Italia, nella crudezza della roccia impervia dell'Appennino
to-sco-romagnolo: quasi un'isola emergente fra i monti che gli
fanno da corona, in provincia e diocesi d'Arezzo, tra due fiumi
famosi: il Tevere e l'Arno.
La sua forma è singolarissima: visto in lontananza appare,
da una parte, come una nave lanciata nel mare; da un'altra,
un leone accovacciato in attesa della pre-da.
La forma geografica, compren-dente il territorio donato a frate
Fran-cesco, fu tracciata dallo stesso Santo assisiate nel geroglifico
su cui poggia il Tau, in fondo alla benedizione scritta da Francesco
per frate Leone (vd. Benedizione a frate Leone).
La cima della montagna su cui "poggia" il Santuario
raggiunge i m. 1183; ma il monte sale ancora, sino alla punta
della "Penna" (1283 m.), da dove si scoprono le ubertose
colline dell'Umbria, le alture del Falterona e del Fumaiolo,
dalle cui viscere sgorgano l'Arno e il Tevere, e una vallata
immensa.
Ai piedi dell'altura, restano i ruderi del castello del conte
Orlando e la cittadina di Chiusi.
La descrizione più bella, più appro-priata e incisiva
del recondito luogo è stata e resta quella dell'Alighieri:
"Nel crudo sasso intra Tevero e Ar-no / da Cristo prese
l'ultimo sigillo / che le sue membra due anni portarno"
(Paradiso, canto XI, vv. 106-108).
Anche oggi molti scrittori, imitando l'Alighieri, sono soliti
chiamare questo mon-te: "Crudo sasso", traduzione,
questa, della denominazione più antica: "Petra de
Verna" o "Saxo de Verna".
I primi biografi di San Francesco: Tommaso da Celano (1 Cel.
2,3); I Tre Compagni (3 Comp. 17); San Bonaventura (Leg. maior
17, 1 e 7); Bartolomeo da Pisa (in A.F., IV, Quaracchi 1892,
206,262,435 ecc.) usano l'appellativo: "Alverna".
Anche nei documenti pontifici e dei vescovi d'Arezzo, normalmente,
nel secolo XIII, viene usato il nome: "Alverna". Lo
stesso nelle bolle di In-nocenzo IV e di Alessandro IV.
In Alessandro IV e nell'Atto di conferma della donazione del
sacro monte ai frati Minori, compare la denominazione più
addolcita: "Alvernia" o "Vernia".
Oggi, il monte, unitamente al Santuario, è detto: "Verna"
e anche, ma meno correttamente: "La Verna".
Già dall'antichità, molti scrittori di cose alvernine
e francescane, per indicare il suddetto luogo, volendolo comparare
a qualche monte biblico, lo chiamano: "Calvario serafico",
"Appennino serafico", e anche: "Sinai, Tabor
e Sion francescano".
Francesco d'Assisi, salutan-dolo per l'ultima volta, lo indicò
come: "Monte di Dio! Monte Santo! Mons in quo beneplacitum
est Deo habitare!", perché in questo monte vi incontrò
il suo Dio in Cristo Crocifisso, e ne portò nel corpo
il segno inde-lebile sino alla morte.
La storia francescana della Verna ha il suo prologo il giorno
8 maggio 1213, nel ca-stello di San Leo di Montefeltro. Vi si
celebrava l'investitura a cavaliere di un figlio dei conti di
Montefeltro. Fran-cesco, passando di là, vi salì
con frate Leone: "Andiamo quassù a questa fe-sta
- disse -, però che coll'aiuto di Dio noi faremo alcuno
buono frutto spirituale" (Della prima considerazione delle
sacre sante istimate).
Tra gli altri nobili signori vi era un grande e gentil uomo
di Toscana, il quale, da tempo, desiderava ardente-mente incontrare
Francesco e sentirne una predica. Dopo averlo ascoltato, gli
chiese la cortesia di un colloquio, per esporgli i fatti della
sua anima. Al termine del colloquio il nobile conte Or-lando
di Chiusi in Casentino - così si chiamava - gli offrì
in dono il monte della Verna: "Io ho in Toscana un monte
devotissimo, il quale è molto solitario e salvatico ed
è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza in luo-go
rimosso dalla gente, o a chi desidera vita solitaria. S'egli
ti piacesse, volen-tieri il donerei a te e a' tuoi compagni
per la salute dell'anima mia" (Della prima considerazione
delle sacre sante istimate).
Francesco, in quel periodo, era in viaggio per andare in Africa,
desiderando morire martire di Cristo, e Cristo gli fa offrire
un monte dove egli stesso lo crocifiggerà.
La donazione del monte che messer Orlando fece a frate Francesco
e ai suoi compagni, fu fatta solo oralmen-te, nel suddetto giorno:
8 maggio 1213. Per 61 anni i frati vi dimoreranno pacificamente
sulla parola del donato-re. Il dono sarà ratificato dai
figli: Orlando junior, Cungio, Bandino e Gu-glielmo, il 9 luglio
1274, dopo la morte del loro padre, benefattore e amico di France-sco,
per confermare quel dono. Nell'atto è scritto "che
il Signore Orlando, conte di Chiusi, uno dei più prodi
tra i guerrieri dell'Imperatore, donò, accordò,
consegnò al Padre Francesco e a' suoi compagni i frati,
presenti e futuri, il Monte Alverna, affinché il detto
Padre Francesco e i suoi frati vi dimorassero" (Atto di
conferma, in La Verna (1913), 11, 101-105).
Utile sottolineare che messer Orlando al primo dono ne fece
seguire molti altri. Egli, infatti, fece co-struire le capanne
per Francesco e gli altri frati; offrì loro la sua assistenza:
"Frati miei carissimi - disse loro sul monte donategli,
prima di discendere al suo castello -, ei non è mia intenzio-ne
che in questo monte salvatico voi sostegnate niuna necessità
corporale, per la quale voi possiate meno inten-dere alle cose
spirituali; e però io vo-glio, e questo vi dico per tutte
le volte, che a casa mia voi mandiate sicura-mente per ogni
vostro bisogno: e se voi faceste il contrario, io l'avrei da
voi molto per male" (Della seconda considerazione delle
sacre sante istimate). Aiutò Francesco nella costruzione
della chiesa di Santa Maria degli Ange-li, tra il 1216 e il
1218. Ma vicende avverse non permisero sia a lui che ai figli
di fare quanto avrebbero deside-rato.
L'Atto di conferma stipulato dai suoi figli sottolinea tutto
l'amore che avevano a San Francesco e al loro padre. Nello stesso
Atto donarono ai frati anche le cose usate dal Santo, quando
fu ospite nel loro castello. Oggi esse si conservano gelosamente
tra le più insigni reliquie.
Orlando padre passò gli ultimi anni della sua vita tra
i suoi "frati carissi-mi". Tra loro morì nell'anno
1263 e fu sepolto nella chiesetta di Santa Maria degli Angeli.
Orlando o Rolando è onorato, nel-l'Ordine, col titolo
di beato; se ne fa memoria il 30 giugno. Tra i discendenti del
conte Orlando si parla di frate Francesco Catani, il quale si
ado-però molto presso la Signoria di Firen-ze e presso
Martino V (1417-1431) ed Eugenio IV (1431-1447), perché
su questo monte fosse conservata la ge-nuina vita francescana.
L'offerta del monte della Verna riempì l'animo di Francesco
di estrema gioia. Il Santo accettò il dono con prudente
riserva: "Io manderò a voi - disse al generoso benefattore
- de' miei com-pagni e voi mostrerete loro quel monte e s'egli
parrà loro atto a orazione e a fare penitenza, insino
a ora io accetto la vostra caritativa profferta" (Della
prima considerazione delle sacre sante istimate).
Il racconto delle Considerazioni sulle Stimmate non tiene conto
delle ripetute ascensioni addotte da Francesco sul monte della
Verna, ma esse risultano esser state molteplici. La prima fu
nell'estate del 1214; l'accompagnavano frate Masseo, frate Angelo
Tancredi e l'inseparabile frate Leone. I quattro "penitenti"
risalirono il Tevere sino a Città di Castello, presso
cui sostarono nel convento di Buonriposo. Il giorno successivo,
raggiunsero Caprese, e da lì, per Chiusi, salirono alla
Verna.
Un episodio pieno di freschezza genuinamente francescana è
quello dell'accoglienza festosa riservata dagli uccelli a San
Francesco, mentre, prima di salire sul monte, "a piè
del sasso proprio della Verna", volle "riposarsi un
poco sotto una quercia che era in sulla via" (Della prima
considerazione delle sacre sante istimate). Quella stessa quercia
si conservò per molto tempo, e nel 1602, al suo posto,
fu edificata la "Cappella degli uccelli".
Francesco, dopo il riposo ristoratore, salì ancora un
poco e trovò, quasi disfatto, il tugurio preparato l'anno
precedente dai frati inviati a vedere il mon-te. Era proprio
quello che desiderava: un monte solitario, selvatico, privo
d'ogni conforto, senz'alcuna difesa. Era così la Verna.
Ne prese possesso con gioia e vi tornò ripetutamente.
Le cronache francescane riferiscono che l'Apostolo umbro salì
l'erta del monte nel 1215, nel 1216, nel 1217 ; poi sul finire
dell'estate del 1224: la sosta più lunga, che trasformerà
la Verna nel "Calvario serafico", con l'impressione
delle stimmate nel corpo del Poverello assisiate.
Le fonti tramandano che, alla Verna, Francesco, sin dalla prima
permanenza, volle vivere in una continua ricerca di imitazione
di Gesù Cristo, povero e crocifisso. Quel luogo corrispondeva
perfettamente al suo ideale e alle sue aspirazioni. L'ansia
e il desiderio di Dio rag-giunse qui l'acme dell'amore e del
do-lore. La stessa disposizione del monte: le profonde aperture
dei macigni, gli antri e le caverne gli ricordano la pas-sione
e la morte di Gesù sul Calvario. Aveva presente il santo
Vangelo: "la terra si scosse, le pietre si spezzarono"
(Mt 27,51). Anche quelle della Verna erano state aperte nello
stesso momento in cui morì Cristo - gli confidò
un angelo. "D'allo-ra innanzi santo Francesco per la con-tinua
orazione cominciò ad assaggiare più spesso la
dolcezza della divina contemplazione" (Della seconda considerazione
delle sacre sante istimate), e amò di più questo
monte.
Alla Verna egli trovò povertà indicibile e ne
gioì. L'amò, rivivendola fino all'e-stremo e la
raccomandò agli altri frati: "Non ragguardate tanto
alla caritate-vole profferta di messere Orlando, che voi in
niuna cosa offendiate la nostra donna, madonna povertà.
Abbiate di certo che quanto noi più schiferemo la povertà,
tanto più il mondo schiferà noi e più necessità
patiremo" (Della seconda considerazione delle sacre sante
istimate).
Quassù Francesco trovò la solitudine immensa;
la volle vivere pienamente, difendendola anche dal conversare
con gli altri frati (cf. Della seconda considerazione delle
sacre sante istimate).
La vita di Francesco alla Verna risulta essere una preghiera
e continua penitenza; quassù si sen-te povero e peccatore.
Vuole spogliar-si di tutto: rinunzia anche alla pelle salvata
dal fuoco: l'unica cosa che ave-va per coprirsi nel breve riposo
della notte.
Il totale ritiramento e la sua immer-sione in Dio non gli impedivano
di pensare ai suoi frati e di pregare per loro: "Signore
Iddio - pregò France-sco - che sarà dopo la mia
morte della tua famiglia poverella, la quale per la tua benignità
hai commessa a me pec-catore?". Immediatamente il Signore
intervenne a consolarlo e a dissiparne i dubbi. Il Cristo medesimo
gli parlò: "Io ti dico che la professione dell'Or-dine
tuo non mancherà insino al dì del giudizio...
Non ti contristare se nella tua religione tu vedi alcuni frati
non buoni, i quali non servano la regola come debbono, e non
pensare però che questa religione venga meno" (Della
seconda considerazione delle sacre sante istimate).
Gli apparì la Vergine Madre di Dio, manifestandogli il
desiderio di avere anche su questo monte una chiesetta a Lei
dedicata (che sarà edificata negli anni 1216-1218). E
anche gli angeli lo confortarono quando l'estenuazione del corpo
per la preghiera, per le conti-nue penitenze e le molestie dei
demoni, furono più grandi. Aumentò i gemiti e
le preghiere e la sua anima si elevò più in alto,
a Dio. Più volte frate Leone e i compagni lo videro elevato
da terra, estatico. Una volta, frate Leone lo vide elevato in
alto e circon-fuso da una grande luce; un'altra volta lo vide
tanto in alto da essere appena veduto e una cedola pendeva da
lui su cui era scritto: qui è la grazia di Dio (Della
seconda considerazione delle sacre sante istimate).
Sul finire dell'estate 1224, San Francesco decise di trascorrere
alla Verna la quaresima di San Michele Arcangelo.
Forse a questo viaggio è legato l'episodio del contadino
che am-monisce l'Assisiate: "Ingegnati d'essere così
buono come tu se' tenuto da ogni gente, perciò che molti
hanno gran fede in tè, e però io ti ammonisco
che in tè non sia altro che quello che la gente ne spera".
Il Santo, immediatamente, si sarebbe gettato ai suoi piedi per
ringraziarlo per una ammonizione così piena di carità.
Poi, quasi a conferma d'amore venne il miracolo. Il con-tadino,
spossato dal caldo e dalla fatica del viaggio, cominciò
a reclamare almeno un goccio d'acqua. San Francesco, sceso di
cavallo, pregò a lungo, finché ebbe da Dio l'assicurazione
che sarebbe sgorgata acqua dalla pietra per dissetarli. Il contadino
poté bere copiosamente (vd. Della prima considerazione
delle sacre sante istimate).
Giunti sulla montagna, il Poverello di Dio, spinto da una voce
inte-riore che gli aveva promesso grandi cose durante quel sog-giorno,
precisò ai suoi compagni : "Questo è il modo
di vivere, il quale io impongo a me e a voi; e però che
lo mi veggio appressare alla morte, io m'intendo di star solitario
e racco-gliermi con Dio e dinanzi a lui piagnere i miei peccati.
E frate Leone, quando gli parrà, mi recherà un
poco di pane e un poco di acqua, e per niuna cagione lasciate
venire a me veruno secolare, ma voi rispondete loro per me"
(Della seconda considerazione delle sacre sante istimate).
Si ritirò, dunque, nella "cella del faggio",
ove stando in medi-tazione più giorni, gli fu rivelato
che le paurose spaccature della montagna erano state miracolosamente
prodotte nell'ora della morte di Cristo; ciò spinse Francesco
ad immergersi maggiormente nel mistero della Passione.
Ci fu "fratello falcone" che ogni notte, all'ora di
Mattutino, col canto e con il batter d'ali, lo ridestava. Trascorsero
così i giorni di preghiera e di digiuno, tra continue
estasi, durante le quali il Santo parlava a lungo con Dio, anche
a voce alta, dimodoché frate Leone ha potuto tra-smettercene
l'eco. Una notte intera, per esempio, fu trascorsa dal Santo
nella ripetizione di una sola frase: "Chi se' tu, o dolcissimo
Iddio mio, e chi sono io, vilissimo vermine e disutile servo
tuo?".
Un'altra notte di preghiera intensa fu quella durante la quale
Francesco pregò in questa forma: "Signore mio Gesù
Cristo, due grazie ti priego che tu mi faccia innanzi che io
muoia : la prima è che, in vita mia, io senta nell'anima
e nel corpo mio, quanto è possibile, quel dolore che
tu, dolce Gesù, sostenesti nell'ora della tua acerbissima
passione ; la seconda si è ch'io senta nel cuore mio,
quanto è possibile, quello eccessivo amore del quale
tu, figliolo di Dio, eri acceso a sostenere volentieri tanta
passione per noi peccatori" (Della terza considerazione
delle sacre sante istimate).
Ed ecco, finalmente, il momento dell'immolazione completa: "Una
mattina, verso la festa dell'esaltazione della Croce, mentre
era in preghiera sul pendìo della montagna, vide scendere
dal cielo un Serafino con sei ali tanto ignee quanto luminose.
Quando pervenne, con volo sveltissimo, presso il Servo di Dio,
tra le ali apparve l'effige del Crocifisso. La visione lasciò
un mirabile ardore nel suo cuore; ma nello stesso tempo, in
modo non meno meraviglioso, lasciò nelle sue carni i
segni delle stimmate. Immediatamente, incominciarono ad apparire
i segni dei chiodi nelle mani e nei piedi, come prima gli erano
apparsi nella visione del Crocifisso; anche il suo lato destro,
come tra-passato da un colpo di lancia, aveva la cicatrice rossa
di una piaga, dalla quale spesso usciva sangue" (Leg. maior,
XIII, 3).
Nelle Considerazioni sulle stimmate, ci sono degli altri parti-colari
: "In questa apparizione mirabile, tutto il monte della
Verna parea che ardesse di fiamma splendissima, la quale ri-splendeva
e illuminava tutti i monti e le valli d'intorno, come se fosse
sopra la terra il sole; onde i pastori che vegliavano in quelle
contrade, veggendo il monte infiammato e tanta luce d'intorno,
si ebbero grandissima paura, secondo ch'eglino poi narrarono
ai frati, affermando che quella fiamma era durata sopra il monte
della Verna per spazio di un'ora e più" (Della terza
considerazione delle sacre sante istimate).
In quegli stessi giorni, Francesco, l' "alter Christus",
volle fare un dono al fraterno Leone: gli chiese "di portargli
inchiostro e carta e vi scrisse le Lodi del Signore, firmandole
con la benedizione di propria mano" (Leg. maior, XI, 9).
Dopo la festa di San Michele Arcangelo (29 settembre), lo Stimmatizzato,
trasformato nell'immagine di Cristo crocifisso, di-scese dal
monte della Verna, per tornare alla Porziuncola. Nono-stante
la sua preoccupazione di occultare quelle piaghe mira-colose,
la fama del prodigio era corsa nella vallata; quindi, lungo
il percorso, tutti correvano a vederlo e a baciargli le mani.
Prima che la montagna scomparisse dall'orizzonte, il Santo si
girò verso di essa ed esclamò : "Addio, montagna.
Addio, monte della Verna. Addio, monte degli Angeli. Addio,
a te che mi sei tanto caro. Fratello falco, io ti ringrazio
della sollecitudine che mi hai dimostrato, addio. Addio, Sasso
spicco: mai più ti rivedrò. Addio, roccia, che
mi hai ricevuto nel tuo seno, quando il demonio restò
scornato".
Dalla Verna al castello di Chiusi, poi a Monteacuto, ad Anghiari,
a Borgo San Sepolcro, a Montecasale, poi a Città di Castello
e, lungo il percorso del Tevere, a Perugia, Collestrada, a Santa
Maria degli Angeli. Ci vollero più giorni, sia perché
il Santo non poteva camminare (dovette infatti servirsi di un
somarello), sia perché la folla lo fermava non soltanto
per venerarlo, ma anche per presentargli i malati, molti dei
quali furono da lui guariti.
Ed anche questi ricordi vanno meditati, lungo la strada da e
per la Verna.
II monte della Verna è ricordato e visitato, quindi,
per i luoghi santificati da San Francesco e in modo particolare
per la manifestazione del Cristo crocifisso, per cui è
detto: "Calvario serafico". La Verna è tutto
un santuario: la "cittadel-la dei santuari", la definì
Giovanni Papini (1881-1956). Inizia alla sua base e continua
sino alla "Penna". Anche il bosco con-serva ricordi
dell'Apostolo assisiate e di altri santi frati che vi hanno
dimorato, pregato e fatto penitenza: la "cappella degli
Uc-celli", la "chiesa di Santa Maria degli Angeli",
la seconda cella - oggi "cappel-la della Croce" -
la "chiesa delle Stimma-te", le "cappelle di
Sant'Antonio e di San Bonaventura", la "Grotta di
frate Leone"; e salendo verso la Penna si trova la "cappella
del Faggio", dove il Cristo si manifestò e conversò
familiarmente con il beato Giovanni della Verna (1259-1322),
e poco distante la cappel-la di detto beato, salendo ancora,
il "Masso di fra Lupo". Ognuno di questi luoghi conserva
una propria, delicatissima storia.
Nel 1214, quando Francesco salì la prima volta alla Verna,
essa era un luogo selvatico. Convento, chiese, cappelle, foresterie
e gli altri edifici sono sorti nel corso dei secoli.
La prima costruzione fu Santa Ma-ria degli Angeli, fatta edificare
da Francesco, tra l'anno 1216 e 1218, con l'aiuto del conte
Orlando, secondo l'indicazione di luogo e di dimensioni dategli
dalla Vergine Madre di Dio. Le capanne o qualche cosa di simile
rima-sero ancora per molti anni. I primi documenti - atti episcopali
e papali - circa la costruzione del convento, so-no: il primo
del vescovo di Arezzo Marcellino Pete (1236-1248), il quale,
in data 17 giugno 1239, scrive al clero e ai fedeli della diocesi,
esortandoli a solle-vare con la loro carità, "la
miserevole vita di essi" (S. Mencherini, Codice diplomatico,
Firenze 1924, n. 10); l'altro documento è la bolla di
papa Innocenzo IV (1243-1254): "Quoniam, ut ait Apostolus",
del 17 novembre 1250, in cui il papa con-cede 40 giorni d'indulgenza
a coloro che aiuteranno i frati Minori della Verna a completare
la chiesa e gli altri edifici in costruzione (Codice diplomatico,
n. 11). Si aggiunse, il 23 marzo 1256, la lettera del vescovo
d'Arezzo, Guglielmino Libertini (1248-1289), in cui esorta i
fedeli a fare offerte ai frati della Verna, conceden-do agli
offerenti 40 giorni di indul-genza (Codice diplomatico, n. 12).
Tra il 1239 e il 1300 fu certamente realizzato il primo blocco
dell'attuale dormitorio dei frati. I lavori ripresero, probabilmente,
verso il 1306. Questa volta è il potente cardinale Napoleone
Orsini, legato pontificio di papa Cle-mente V (1305-1314) per
l'Italia, che intervenne il 10 luglio 1306, conce-dendo 100
giorni d'indulgenza a quanti portavano viveri, e ancora ulteriori
40 giorni a coloro che aiutatovano i frati (Codice diplomatico,
n. 40). Un altro intervento, particolarmente efficace, fu quello
del vesco-vo e signore d'Arezzo, Guido Tarlati (1313-1327),
il quale, nella lettera datata 30 settembre 1322, concede 40
giorni d'indulgenza a quanti cooperavano "pro necessitate
fratrum in loco ipso devoto habitantium certum ceperunt opus
construere, quod absque suffragium fidelium Ihesu Christi nequeunt
percomplere" (Codice diplomatico, n. 33). Concorsero certamente
ad aiutare i frati anche la visita dell'imperatore Enrico VII
(1308-1313), il quale prese la Verna sotto la sua protezione
e dell'impero, e del re Roberto e della sua consorte Sancia,
regina di Napoli.
Nel 1420 era certamente terminato il quadrato centrale, cioè
l'attuale dormitorio dei frati; lo afferma Agostino di Miglio
(1501-1590): "Et tali fab-briche furono fatte innanzi alla
nostra osservanza" (Nuovo dialogo, Firenze 1568, p. 209).
In un terzo periodo sono state aggiunte, un po' confusamente,
le altre costruzioni: le officine e i locali del bestiame (a.
1517, rico-struiti altrove nel 1952), il chiostro grande (1502),
l'infermeria e farmacia-spezieria (1517-1549), la foresteria
in-terna (1549), la biblioteca (1557).
Con il convento si realizzarono an-che le chiese e le cappelle
sia annesse al Santuario che disseminate nel bosco. In ordine
di tempo vengono prima la chiesa delle sacre Stimmate e la cappel-la
della Croce, fatte costruire dal conte Simone Guidi di Battifolle
(1263): A.D. M.CC.LXIIII. Feria V. Post festum Assumptionis
gloriose virginis Mariae, Comes Simon filius illustrissi-mi
viri comitis Guidonis Dei gratia in Tuscia palatinus. Fecit
fundari istud oratorium ad honorem beati Francisci ut ipse cui
in loco isto Seraph. apparuit sub anno Domini MCCXXV, infra
octavam Nativitatis Christi - Consignet eum gratta Spiritus
Sancti.
Qualche anno dopo furono costruite anche le cinque celle (1267)
per quei religiosi che dovevano custodire il luogo dell'apparizione
del Cristo Crocifisso a San Francesco. Seguì, cir-ca
un secolo dopo, la costruzione della chiesa maggiore col favore
di Tarlato Tarlati, allora conte di Chiusi. Lo attesta l'iscrizione
posta a destra di chi entra: A.D. MCCCXLVIII. Nobilis miles
dominus Tarlatus de Petra Mala et Domina comitissa Iohanna de
Sanc-ta Flora uxor eius edificari fecerunt istam ecclesiam ad
honorem beate Mariae semper Virginis. Questa chiesa fu terminata
nelle strutture murarie e il tetto nel 1459. Il campanile fu
costruito su un altro preesistente, dai signori Bartoli di Firenze
tra il 1486 e il 1490, con le pietre tolte dal castello del
conte Orlando.
Il lungo loggiato che unisce la chiesa maggiore a quella delle
Stimmate fu costruito tra il 1578 e il 1582. Vi furo-no, sin
dalla costruzione ultimata, af-freschi illustranti la vita di
San France-sco. Scomparsi i primi, il loggiato, nel 1670, fu
affrescato da Emanuele da Co-mo, frate minore; i più
recenti sono di Baccio Maria Bacci, pittore fiorentino (1888-1974).
La Verna conserva ricchezze artistiche di valore inestimabile.
Prima fra tutte le tavole di Andrea della Robbia (1435-1528),
che ha qui le opere più belle della sua arte. Sono in
tutte, tra grandi e piccole, in numero di 14. Alcune sono for-se
di Giovanni (1469-1539), suo fratel-lo e una della sua scuola.
Ugualmente, è ricca di paramenti sacri, alcuni dei quali
risalenti al 1500. La chiesa mag-giore è poi dotata di
un potente e modernissimo organo con oltre cinque mila canne.
Il convento e la foresteria interna possono ospitare circa 150
persone. In passato la famiglia dei frati era molto numerosa,
tanto da raggiunge-re 80 e anche 90 religiosi. Attualmente è
composta di 37 unità. La vita quotidiana, in inverno,
è costi-tuita dalla preghiera, dallo studio-lavoro, dalle
predicazioni; in estate, si aggiunge l'accoglienza e cura spiritua-le
dei pellegrini di tutte le parti del mondo, che sempre più
numerosi, vi-sitano la Verna. Una funzione partico-lare, che
tanto impressiona chi vi assi-ste, è la processione pomeridiana
alla chiesa delle Sacre Stimmate. Questo devoto omaggio dei
frati a San France-sco stimmatizzato risale a molti secoli fa,
precisamente al 1432; fu istituita dai nuovi custodi del Santuario.
II fascino che il monte della Verna suscitò in Francesco,
si è ripetuto costantemente in sette secoli di storia
france-scana, e si ripete anche oggi.
Mariano da Firenze dedica gli ultimi tre capitoli del "Dialogo"
a questo argomento: a) "Come questo sacro monte è
da tucte le creature amate et imprima come è stato amato
da Dio et dalla Vergine Maria et dalle creature sancte;
b) Come questo monte è stato amato et privilegiato da'
sommi pontefici, cardinali et vescovi; e) Come questo sacro
monte è stato amato et riverito da Signori temporali
et maxime da Henrico Imperatore et anchora crea-ture inrationabili"
(Mariano da Firenze, Dialogo del Sacro Monte della Verna, a
cura di p. C. Cannarozzi, Pistoia 1931).
Come mostrano i titoli di questi ca-pitoli non sono soltanto
i frati minori che salgono alla Verna in cerca di pace dell'animo,
immergendosi nella divina contemplazione.
Chi maggiormente è stato affascinato dal monte, spettatore
della manifestazione del Cristo Croci-fisso, fu San Bonaventura
(1217-1274). Si fermò in questo monte nel 1259, quanto
più poté. Meditò a lungo "sulla possibilità
che ha l'anima di ascendere a Dio; ricordò il prodigio
che si era compiuto in quel luogo in favore del beato Francesco.
Meditan-do su questo argomento, gli sembrò immediatamente
che quella visione raffigurasse l'estasi contemplativa del medesimo
padre e la via per giungere ad essa" (San Bonaventura,
Itinerarium mentis in Deum, Prolog., n. 2).
Su questo monte scrisse l'"Itinerarium" che sarà
perenne dimostrazione del potere mistico del monte della Verna.
Come in Francesco, anche in Bonaventura ebbe un fascino ascetico
determinante per capire la povertà, il raccoglimento
e la lotta contro se stes-si, e lo trascrisse nell'altro opuscolo,
scritto anch'esso alla Verna: "De triplici via" o
"Itinerarium mentis in se ipsam", che, unito al primo,
potrebbero avere il titolo: "La salita del monte della
Verna".
Non minore fu il fascino che questo luogo suscitò nell'animo
di frate Ubertino da Casale (1259-1338), anche se il suo fu
un soggiorno comandato, dopo una sua predicazione a Perugia.
Se non fosse stato alla Verna, probabilmente non avremmo quella
grande opera: "Arbor vitae crucifixae Iesu Christi".
Nel V libro, al capitolo IV: Gesù Sera-fino alato, tratta
ampiamente delle Stimmate e dei vari significati delle medesime,
ed esalta il monte della Ver-na quale fonte di grazia e di vita
fran-cescana genuina.
Nello stesso periodo e molto più a lungo dimorò
alla Verna il beato Giovanni da Fermo o della Verna (1259-1322),
il quale raggiunse l'esperienza dell'intimità e contatto
con Cristo e ne ha lasciato un itinerario, per chi la vuoi raggiungere,
ne "I gradi dell'anima".
Scorrendo i secoli troviamo San Bernardino da Siena (1380-1444),
che scrisse un elevato sermone: "De sacris stigmatibus
divi Francisci", nel quale, avvinto dal prodigio della
Verna, inneggia e plaude a questo monte santo. Così San
Giacomo della Marca (1391c-1476) e San Giovanni da Capestrano
(1385-1456), che qui venne per redigere le costituzioni per
i frati Minori dell'Osservanza.
Se si dovesse tener dietro a quanti, nei secoli, hanno sentito
il fascino del-la Verna sarebbe troppo lungo. Tuttavia è
doveroso ricordare che anche ai nostri giorni questo sacro luogo
non ha perduto il suo fascino. Tante cose sono passate e altrettante
ne passeranno, ma la Ver-na, come nel passato, conserverà,
inalterato, que-sto suo fascino.
VISITA AL SANTUARIO

1. Piazzale o Quadrante
2. Antico Ingresso
3. S. Maria degli Angeli
4. Basilica e Campanile
5. Capp. S. Pietro D'Alcantara
6. Capp. della Maddalena
7. Sasso Spicco
8. Cappella della pietà
9. Corridoio delle Stimmate
10. Letto di S. Francesco
11. Cappella Lodi
12. Romitorio
13. Madonna della Scala
14. Capp. di S. Sebastiano
15. Cappella della Croce
16. Cappella delle Stimmate
17. Capp. di S. Bonaventura
18. Oratorio di S. Antonio
19. Precipizio
20. Convento
21. Oggetti ricordo e libreria
22. La foresta
23. Foresteria
24. Refettorio del Pellegrino
25. Tau-Accoglienza giovani
26. Casa di preghiera
27. Benedizione a Frate Leone
Per visitare il Santuario è debito seguire il sentiero
che dal parcheg-gio conduce alla Basilica. Arrivati sulla piazza
del Quadrante (sola-re), ci si reca dapprima ai piedi della
croce per scoprirvi un meravi-glioso panorama.
Scendendo qualche metro più in basso, si giunge alla
"Chiesetta di No-stra Signora degli Angeli", del 1216-1218,
ingrandita nel 1260. Sull'altare originario è una bellissima
terracotta di Andrea della Robbia rappresentante l'Assunzione.
Sugli altari che delimitano le due parti della sacra aula, sono
le terrecotte di Giovanni della Robbia.
Sotto una lastra, visibile davanti all'altare, è la sepoltura
del conte Orlando.
Si passa poi alla Basilica, costruita tra il 1348 e il 1509.
Vi si posso-no ammirare le terrecotte dell'Annunciazione e della
Natività, capo-lavori di Andrea della Robbia. Nella prima
cappella a destra si tro-vano le reliquie di San Francesco e
i resti del Beato Giovanni della Verna.
All'uscita dalla Basilica, ci si dirige verso una scala che
scende alla "Cappella della Maddalena", costruita
sul luogo dove era situata la celletta abitata da San Francesco
nei suoi primi soggiorni alla Verna. E' qui che Gesù
gli apparve sopra una pietra convertita oggi in altare. Si continua
la discesa verso il "Sasso Spicco". Francesco veniva
so-vente a pregare in questa spaccatura della montagna, umida
e buia. Vi si noteranno, in particolare, le fenditure nella
roccia che, secon-do la tradizione, si sarebbero prodotte al
momento della morte di Gesù sul Golgota.
Dopo aver risalito la scala, si imbocca il grande corridoio
detto delle "Stimmate", costruito tra il 1578 e il
1582. Questo serve per oltrepas-sare le fenditure che Francesco
superava passando sopra tronchi d'albero. Le pitture del corridoio
sono recenti (1920-1962) e sono opera di Baccio Maria Bacci.
Alla fine del corridoio è una prima "Cappella"
dell'inizio del sec. XVI con una Pietà, terracotta di
Giovanni della Robbia. A metà percorso del corridoio,
a destra, una porta da accesso al "Let-to di San Francesco",
una grotta umida e fredda dove il Poverello ha soggiornato più
volte.
Poi, riprendendo il corridoio, si arriva ad una seconda cappella
del sec. XVI: la "Cappella dei Lodi", dove si può
ammirare un crocefisso del sec. XIV.
Scendendo delle scale si arriva alla "Cappella della Cro-ce",
della fine del sec. XIII, edificata sul luogo dove sorgeva l'ultima
cella abitata da Francesco. Vi si rievoca l'amicizia con "Frate
Falco". Infine, si giunge alla "Cappella delle Stimmate",
della fine del sec. XIII. Non si potrà far a meno di
notare, sopra la porta d'ingresso, una scultura in marmo rappresentante
il dono delle Stimmate. Sopra l'al-tare è una grande
terracotta di Andrea della Robbia rappre-sentante la Crocifissione.
Ai piedi dell'altare, una composizione flo-reale indica un punto
particolarmente venerato: qui l'Apostolo umbro ricevette le
Stimmate in risposta alla sua preghiera incessante: "O
Signore mio Gesù Cristo, due grazie ti priego che tu
mi faccia innanzi che io muoia: la prima, che in vita mia io
senta nell'ani-ma e nel corpo mio, quanto è possibile,
quel dolore che tu, dol-ce Gesù, sostenesti nella ora
della tua acerbissima passione; la seconda si è ch'io
senta nel cuore mio, quanto è possibile, quel-lo eccessivo
amore del quale tu, Figliuolo di Dio, eri acceso a sostenere
volentieri tanta passione per noi peccatori" (Della terza
considerazione delle sacre sante istimate).
Uscendo dalla "Cappella delle Stimmate", sulla destra,
è l'ingres-so alla "Cappella di San Bonaventura",
costruita sul luogo dove il Santo francescano ha redatto, nel
1259, "L'itinerario dell'anima verso Dio", e la "Cappella
di Sant'Antonio da Padova".
All'uscita si può passare dal "Precipizio",
luogo dove Francesco fu sottratto alla diabolica tentazione.
Secondo la tradizione, il Santo assisiate giungeva in questo
"locus" dal sen-tiero della Beccia, erto e pietroso;
in basso, si gode una bella vista del massiccio della Verna.
Estremamente gradevole sarebbe inoltrarsi nel bosco, santificato
da un incredibile numero di santi frati; da visitare la "Cappella
dedicata al beato Giovanni della Verna".
Ogni anno, la sera del 30 settembre, nel refettorio del Santuario
viene letta la let-tera (conservata nel reliquiario) nella quale
frate Masseo narra il commovente "Addio alla Ver-na"
pronunciato da San Francesco nell'abbandonare definitivamente
la santa montagna (30 settembre 1224).
Di seguito è il testo della preziosa lettera:
"Pax Christi. Gesù e Maria speranza mia. Fra
Masseo peccatore indegno, servo di Gesù Cristo, Compagno
di fra Francesco da Assisi huomo a Dio gratissimo.
Pace e salute a tutti i fratelli e figlioli del gran Patriarca
Francesco Alfiere di Cristo. Risolvendo il gran Patriarca di
pigliare l'ultimo vale da questo Sacro Monte alli XXX di Settembre
MCCXXIII il giorno della solennità di San Girolamo havendogli
il conte Orlando Conte di Chiusi mandato un somaro acciò
sopra di esso cavalcasse non potendo posare i piedi in terra
per havergli piagati e confitti con chiodi, la mattina per tempo
havendo udito Messa in S. Maria degli Angioli, conforme al suo
solito, chiamati tutti nell'oratorio ci comandò per obedientia
che stessimo tutti in charità, che attendessimo all'oratione
et che avessimo cura del luogo diligente et che noi lo offitiassimo
dì et notte. Di più raccomandò tutto il
Sacro Monte esortando tutti li suoi frati tanto presenti quanto
futuri a non permettere mai che detto luogo sia profanato, ma
sempre rispettato et riverito dando la sua benedizione a tutti
quelli che vi habitaranno et a quelli che gli portaranno riverenza
e rispetto. Per il contrario disse: siano confusi quelli che
a questo luogo non saranno rispettevoli et da Dio ne aspettino
il meritato castigo. Mi disse: Fra Masseo, sappi che la mia
intentione è che in questo luogo vi stiano Religiosi
timorati di Dio et de' migliori del mio ordine: che però
si sforzeranno li Superiori di mettervi frati dei migliori.
Ah, ah, ah - fra Masseo - non dico altro. Ordinò et impose
a noi frat'Angelo, fra Silvestro, frat'Illuminato et fra Masseo,
che havessimo speciale cura del luogo dove successe quella gran
meraviglia della impressione delle Sacre Stigmate. Ciò
detto, disse: a Dio, a Dio, a Dio, fra Masseo. Dipoi rivolto
a frat'Angelo disse: a Dio, a Dio, a Dio, frat'Angelo, et il
simile disse a fra Silvestro et a fra Illuminato. Restate in
pace figli carissimi. Dio vi benedica figli carissimi: a Dio,
io mi parto da voi con la persona, ma vi lascio il mio cuore.
Io me ne vado con fra Pecorella di Dio, et me ne vo a S. Maria
de gli Angeli et qui non farò più ritorno. Io
mi parto, a Dio, a Dio tutti; a Dio Monte, a Dio, a Dio Monte
Alverna, a Dio Monte d'Angeli, a Dio carissimo, a Dio carissimo.
Fratello Falcone ti ringratio della charità che meco
usasti, a Dio, a Dio Sasso spicco, già più non
verrò a visitarti. A Dio Sasso, a Dio, a Dio, a Dio Sasso,
che dentro alle tue viscere mi ricevesti, restando il demonio
schernito, già più non ci rivedremo. A Dio S.
Maria degl'Angeli, ti raccomando questi miei figli, Madre del
Eterno Verbo. Mentre il nostro caro Padre diceva queste parole,
versavano gli occhi nostri fonti di lacrime, onde se ne partì
ancora lui piangendo, portando via li nostri cuori, restando
noialtri orfani per la partenza di un tanto Padre.
Io fra Masseo ho scritto tutto, Dio ci benedica".
Paolo Rossi
paolorossi62@tele2.it
Per una dettagliata "visita" al Santuario della Verna:
www.santuariodellaverna.com
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